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E' sempre la solita, vecchissima Storia: la retorica della guerra necessaria contro il nemico malvagio...

        La retorica della guerra mette da parte le sofferenze di tutte le persone innocenti, il diritto internazionale e le conseguenze post-belliche, e si concentra su altro. Qualcosa l’abbiamo già sentito, e non solo negli Stati Uniti ma anche in Italia. Poiché la retorica è sempre la stessa, il resto lo sentiremo (e da entrambi i belligeranti se qualcuno dei nostri media permetterà, a fatica, che ci arrivino anche le parole del ‘nemico’) nel prosieguo delle attuali azioni bellico-terroristiche internazionali, se andranno avanti. Ecco qualche esempio, che sarà opportuno tenere in mente: 1.la guerra è necessaria per la liberazione dalla minaccia del nemico, malvagio, dittatore, nuovo Hitler… (per questo, d’altronde bisogna costituire un  Board of Peace ); confronta Trump, per esempio in  israele-e-usa-attacca-l-iran-trump-khamenei-e-morto : «Morto Khamenei,  uno dei più malvagi  della storia»; tutto già sentito a proposito di Slobodan Milošević, ...

24 gennaio: fuori la guerra dalla Storia...

 Presidio delle donne a Palermo:










FUORI LA GUERRA DAL LINGUAGGIO - FUORI LA GUERRA DALLA STORIA

Il 2026 è iniziato con un’escalation di violenza accompagnata da una distorsione sistematica del linguaggio politico e mediatico. La morte di Renee Nicole Good, uccisa da un agente dell’ICE a Minneapolis, è stata raccontata dal governo come legittima difesa e “terrorismo interno”, nonostante video, testimonianze contrarie e l’assenza di prove che giustifichino tali accuse.
In Iran, dopo anni di proteste contro il regime e repressioni durissime, il governo e le opposizioni interne ed esterne competono per controllare narrazioni che riducono spinte popolari complesse a semplici minacce all’ordine.
L’azione militare statunitense in Venezuela - e il sequestro di Maduro - è stata narrata come un’operazione di polizia contro il narcotraffico.
Ma anche in contesti come la Palestina, dove l’assedio destruttura da anni la vita quotidiana, parole come “sicurezza”, “stabilità” e “minaccia” funzionano come dispositivi di legittimazione di una violenza prolungata, rendendo opache le esperienze e le ragioni di chi vive sotto la pressione costante delle armi; una torsione del linguaggio che ritroviamo, con forme e intensità diverse, anche nella guerra in Ucraina.
In tutti questi casi si osserva lo stesso scarto: la realtà dei fatti viene sostituita da narrazioni che proteggono chi detiene il potere e trasformano gli effetti in cause. Chi dissente, chi protesta, chi sfida l’autorità viene presentato come minaccia; chi esercita violenza o reprime viene descritto come difensore dell’ordine.
Questa trasformazione non riguarda singoli conflitti, ma il modo stesso in cui oggi il potere si esercita e si giustifica. Il rischio non è soltanto l’estensione dei conflitti, ma la stabilizzazione di un ordine globale fondato sulla forza come principio regolatore. Ciò che appare come una serie di tragedie separate è in realtà la manifestazione di una stessa mutazione politica: la riduzione della convivenza a equilibrio di potenze, della sicurezza a deterrenza, della politica a tecnica di schieramento.
Interrogare questa logica significa mettere in luce le strutture che rendono la violenza riproducibile, prevedibile e quindi, in un certo senso, accettabile. Finché la forza resterà il linguaggio privilegiato del potere, le crisi continueranno a spostarsi, moltiplicarsi e trasformarsi senza mai davvero risolversi, e la pace resterà non un progetto condiviso, ma una pausa fragile dentro un mondo organizzato intorno alla guerra.
Sabato 24 gennaio dalle 17 alle 19 il Presidio Donne per la Pace è in via Ruggero Settimo, angolo via Magliocco.

UDIPALERMO - Le Rose Bianche - Donne CGIL Palermo - Coordinamento Donne ANPI - Emily –
Governo di Lei - CIF - Le Onde - Arcilesbica - Donne della Comunità dell'Arca - Donne del Movimento
nonviolento - Donne del Circolo Laudato si'

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