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'Sbellichiamoci': il manifesto di una didattica nuova

        “Sbellichiamoci”: l’unione pacifista di scuole e atenei  per una didattica nuova. Il manifesto, da un’idea di Alessandro Bergonzoni.”


"Dentro un’aula della Sapienza di Roma, la parola Pace è spogliata della sua aria monumentale e diventa un oggetto concreto: un quaderno di appunti, un microfono che gracchia, i banchi dove insegnanti e studenti danno forma a un progetto comune. È un approccio originale: la pace come materia di studio e non come nuvola retorica. 
       Dietro l’insegna ufficiale – Conferenza nazionale delle Scuole di Pace – c’è un’alleanza inedita: trecento scuole italiane, una rete di università, i ricercatori del dottorato nazionale in Peace Studies, il coordinamento degli Enti locali.
     Come Stati generali di un nuovo modello didattico. Scuole, atenei, comuni: una cellula parallela che tenta di fare ciò che la politica ha smesso anche di immaginare.
Il titolo dell’incontro ha una natura allegra: “Sbellichiamoci”, l’ha suggerito l’attore comico Alessandro Bergonzoni. Ridere per disinnescare, sgonfiare la guerra e cambiare il linguaggio che la racconta. L’assemblea generale nell’aula “Falcone e Borsellino” si apre con l’introduzione della rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni. Più tardi viene trasmesso il dialogo tra Bergonzoni e Flavio Lotti, anima della marcia Perugia-Assisi e regista della rete delle scuole: uno con la voce del militante, l’altro con la lingua dell’attore che smonta le parole per vedere cosa c’è dentro.
     Scegliamo di pensare in termini diversi, suggerisce Bergonzoni, tra giochi semantici e sortite paradossali: “Popoli da conquistare? No: popoli con cui stare”. C’è bisogno di nuovi studenti: “Ogni anno alla fine si fa un esame, ma di coscienza”. Né bastano più le categorie di sempre: “La Chiesa e il Papa amano ripetere che dobbiamo tornare umani. Io dico di no: santifichiamoci. Dobbiamo aspirare alla divinità, non dobbiamo restare umani, perché oggi l’umanità è tossica, sta corrompendo tutto”. E poi “partecipazione e solidarietà sono superate”, ci vuole di più: “Dobbiamo imparare a identificarci completamente nell’altro”.
      Lotti traduce con la concretezza dell’ostinato organizzatore di movimenti arcobaleno: “Il lavoro con le scuole l’abbiamo iniziato molto tempo fa, già dagli anni 90. Ora siamo arrivati a un punto in cui sono coinvolti istituti di ogni grado, università, dottorandi, enti locali”. È un percorso didattico collettivo: “Abbiamo dimenticato come si fa la pace. I governi non lo sanno più, nemmeno ci provano, quindi bisogna insegnarlo e impararlo di nuovo”.
     Nel pomeriggio la conferenza si trasforma in qualcos’altro: tavoli di lavoro, quasi dei corsi di formazione diffusi in quattro aule dell’università e in due fasce orarie successive. Un incontro spiega come usare l’intelligenza artificiale nel racconto della pace con bambini e giovani, un altro promuove “15 esercizi per imparare a fare la pace”, mentre Flavio Lotti coordina una cinquantina di insegnanti per organizzare un imminente “Giro d’Italia” arcobaleno: l’idea è portare la Perugia-Assisi dentro le città, invece di chiedere alle città di partecipare alla marcia. Una tappa per volta, si parte a Napoli a metà febbraio per chiudere a ottobre nel capoluogo umbro; il resto del percorso è in fieri.
      Gli insegnanti ascoltano, fanno domande e proposte. C’è chi ipotizza nel suo istituto una “stanzetta della pace”, ricavata da un locale senza destinazione; chi pensa a giochi collettivi sui diritti, come una caccia al tesoro o a momenti di incontro con la cittadinanza fuori dalle scuole.
Il clima non era quello delle grandi adunate pacifiste, ma di una manutenzione quotidiana da far durare nel tempo. Nessun grande orizzonte geopolitico, nessun “io” ingombrante, un’opera collettiva di piccoli passi: riempire i cortili, farsi ascoltare dagli adolescenti, spiegare la guerra a chi ha sedici anni e un algoritmo in tasca. “Se la scuola non educa alla pace, che cosa educa?”, chiede Lotti. “Nei documenti ministeriali di Valditara, la parola pace non compare mai. Allora ce la mettiamo noi”.

Tommaso Rodano, il Fatto Quotidiano, 17.1.26

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