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I cristiani e la guerra: riflessioni di un credente

Caravaggio: Cena in Emmaus
    "La guerra non è, non può essere, un’opzione possibile nell’orizzonte di senso del cristiano. Il cristiano non può costruire armi: ogni fionda, ogni sasso, ogni arco, ogni proiettile, ogni missile o razzo o bomba o mina costruita con sapienza ingegneristica sempre più sofisticata non può essere l’occupazione di un cristiano. Perché una fionda conficcherà il suo sasso nell’occhio o nella fronte di un altro uomo, perché ogni proiettile entrerà nel corpo di un altro uomo, perché ogni missile, bomba, razzo, mina esploderà distruggendo vite, seminando visceri umani, mutilando arti, distruggendo case, cose, alberi, animali, sogni, progetti, storie; distruggendo e uccidendo l’umanità intera. Perché ogni vita che concluderà la sua esistenza per ogni proiettile costruito, sarà una vita finita per sempre, che non esisterà più: “Quando un uomo è morto è morto per sempre” (Enzo Bianchi). 
    Perché ogni vita offesa e mutilata da una sola mina, da una sola bomba, è una vita che continuerà ad esistere ma mortificata e umiliata nei suoi desideri, nelle sue speranze, nei suoi orizzonti di una vita integra, bella e completa. Perché il fine di ogni arma è in contrasto col desiderio di vita dell’uomo e nulla ha a che fare con l’umanità di cui il primo e veritiero testimone e insegnante è lo stesso Gesù Cristo, a cui il cristiano dice di appartenere. Non è data alcuna possibilità di contatto e di coerenza tra la guerra con le sue armi e il messaggio evangelico lasciato da Gesù Cristo per tutti coloro che dicono di essere cristiani. Non c’ è alcuna possibilità di mettere d’accordo le armi col Vangelo, di trovare un’armonia tra la guerra e il desiderio di vita di Dio attraverso la pace portata da Gesù Cristo. La guerra è solo morte e disperazione, distruzione e condanna; il Vangelo, Gesù, è solo vita e speranza, costruzione e misericordia. 
     Il cristiano ha il dovere di ergersi quale testimone affidabile e sempre credibile del messaggio evangelico del Signore della vita e della pace, affrontando ogni ipotesi o realtà di guerra con gli strumenti a sua disposizione che non possono essere altri che il dialogo incessante e il confronto nella vicinanza, nella presenza, nella prossimità, faccia a faccia, guardando negli occhi e condividendo tutta la propria umanità con chi gli dichiara la sua inimicizia. I cristiani non si presentano con spade e bastoni, bensì con i loro volti, con le loro parole, con la loro Parola, con le loro storie, i loro corpi, i loro cuori. E se, nonostante tutto l’impegno profuso per scongiurare una guerra, quella guerra iniziasse lo stesso, il cristiano non può non perseverare nella denuncia di ogni ipocrisia e nel tentativo sempre più veemente e insistente di fermare quanto prima quella guerra. 
     Allora Gesù gli disse: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada.” (Mt 26, 52) 
Nell’orto, quella notte, in preda all’istinto di reazione, seppur con tutta la buona volontà e la buona fede nei confronti del suo Maestro di vita, il capo terreno della Chiesa universale, il primo papa, il discepolo dei discepoli, Pietro, usa indebitamente una spada per tagliare un orecchio e offendere la dignità di un altro uomo mutilandolo per sempre nella sua bellezza, nella sua umanità. E lo fa solo per paura, per istinto, perché non si è fermato a ragionare sull’insegnamento del Maestro; o forse solo perché delle parole del Maestro non ci aveva ancora capito molto. Ma qui interviene sempre Lui, Gesù, il Maestro, a darci un altro insegnamento, a guarire il nostro cuore dalle pulsioni animali e demoniache che lo abitano, a indicarci la strada e a ridefinire ancora una volta per noi il percorso, a riorientarci sulla strada del Vangelo e della vera appartenenza a Cristo. Gesù, in silenzio, senza scene sensazionali, con un gesto tanto fugace quanto profondo ed efficace guarisce prontamente l’orecchio di Malco nel tentativo di fermare subito quella guerra che stava per innescarsi, per lasciare ad altri il compito e il “dovere” della guerra, per non lasciare che il suo grande-piccolo discepolo si rendesse responsabile di una nuova guerra. Sapendo bene che da un orecchio si sarebbe passati ad una mano, e poi ad una gamba, e poi ad un piede e poi ad un capo…. 
“Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate, basta così!». E toccandogli l'orecchio, lo guarì.” (Lc 22, 51) 
La guerra non è una possibilità per il cristiano; e anche se inizia una guerra, responsabilità dei cristiani è quella di usare ogni mezzo per fermarla quanto prima, sapendo che ad ogni azione corrisponderà una reazione e che tutto lo scempio conseguente, al di là dei volti, dei nomi e delle appartenenze sul campo di ogni singola vittima, resterà nella memoria dei sopravvissuti, nel risentimento dei cuori e nel desiderio istintivo, logico e consequenziale di vendetta. 
Caravaggio: Lincredulità di Tommaso
     Francesco, san Francesco, il santo a cui tutti vogliamo bene, della cui radicalità evangelica siamo tutti innamorati, modello di vita cristiana e riferimento fondamentale dei credenti nel Dio di Gesù Cristo, nel 1219, nel pieno della V crociata, in Egitto, esponendosi in prima persona a rischio della sua stessa vita, armato solo del coraggio che gli poteva derivare dalla fede e dall’affidamento all’Evangelo di Cristo, decise di oltrepassare la frontiera del campo crociato per incontrare il capo della fazione avversa, il Sultano Malik al-Kamil, e instaurare un dialogo costruttivo attraverso l’incontro, ognuno con il proprio credo e con le proprie ragioni, con l’unico obiettivo di far cessare la guerra. 
    La guerra è morte, che dura e persiste anche oltre la morte fisica. E’ morte dell’amore, della pace dei cuori, del desiderio di felicità che ogni uomo dovrebbe avere, della capacità di seminare il bene. La guerra, più si prolunga più si perpetua, autorigenerandosi ad ogni morto o vittima in più. 
Pensiamoci: Israele-Palestina, Ruanda, Sudafrica, Irlanda-Inghilterra, Jugoslavia, Siria, ecc,
     A guerre finite, laddove sono finite, dopo tanti anni e tante vittime e uomini morti, che non sono più, quanto tempo ci vorrà perché i cuori dei sopravvissuti ritrovino pace? Perché nelle generazioni che si susseguono non venga più tramandato l’orrore e la memoria degli affronti e delle umiliazioni subite a causa delle guerre del passato? Dovrà passare tanto di quel tempo prima di ritrovare una nuova dimensione di pace che probabilmente saremo pronti per una nuova guerra. Sembra, così, che la guerra sia il naturale destino dell’uomo. La guerra rigenera se stessa e non si ferma mai. 
     Solo l’uomo di buona volontà, certamente e necessariamente il cristiano (se è autenticamente cristiano), può fermare questa memoria diabolica, questo destino quasi inesorabile, anche a costo della sua stessa vita, senza impugnare alcuna spada, ma spendendosi ed esponendosi in prima persona, con tutti i mezzi a sua disposizione perché la comunicazione e il dialogo tra le parti non cessi mai, per scongiurare e fermare il più presto possibile e in tempo ogni realtà ed ogni pensiero di guerra. 
    E il cristiano autentico, colui che appartiene a Cristo e lo conosce, ha questa possibilità per il semplice fatto che il suo sguardo riesce a vedere oltre la morte, oltre la croce, laddove il sepolcro è vuoto e la vita regna sovrana in eterno nel Risorto. La sua forza è tutta nella certezza di fede che la morte è vinta in Cristo e che dunque essa non rappresenta più l’ultimo ostacolo da cui proteggersi e da allontanare dal proprio orizzonte con qualunque mezzo, anche con la guerra.
Giovanni Farro

Giovanni Farro (Palermo, 1963) medico, bioeticista, palliativista. 
Responsabile dell'Hospice dell' ARNAS Ospedale Civico di Palermo, 
è autore di pubblicazioni sul tema della relazione di cura e delle cure palliative.
Dal 1994 fa parte della Comunità Kairòs di Palermo.
 Per la Comunità ha pubblicato, con altri autori, volumi di spiritualità e lectio divina.

(Le riflessioni del dott. Giovanni Farro risalgono al 2022, mesi dopo la guerra tra Russia e Ucraina)

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