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A piedi nudi: per non parlare più la lingua della guerra

          "C’è una domanda che Virginia Woolf poneva già alla vigilia della catastrofe europea: che rapporto c’è tra la cultura che esalta il dominio, il prestigio, la competizione e la guerra? Non era una domanda teorica. Era una diagnosi.

Nel suo saggio Le tre ghinee, Woolf suggeriva che la guerra non nasce all’improvviso. Cresce dentro un certo modo di pensare il potere, la forza, l’identità. Una cultura che non appartiene agli uomini in quanto tali, ma che è storicamente maschilista: costruita sull’idea che vincere significhi imporsi, che la sicurezza passi attraverso la superiorità, che l’altro sia un ostacolo da eliminare.

E questa cultura – Woolf lo intuiva con lucidità – può essere assunta anche dalle donne, quando entrano in quel linguaggio senza metterlo in discussione. Per questo oggi non basta dire “pace”. Bisogna chiedersi: in quale lingua stiamo parlando?

Il gesto: la forza della vulnerabilità

In questi giorni, a Roma, tra l’Ara Pacis e il Pincio, due donne hanno camminato insieme, a piedi nudi: Reem Al-Hajajreh e Yael Admi. Una palestinese, l’altra israeliana. Rappresentano i movimenti Women of the Sun e Women Wage Peace.

Perché a piedi nudi? Non è solo un richiamo alla penitenza o all’umiltà. Camminare scalzi significa, prima di tutto, deporre le armi dell’armatura. La scarpa, storicamente, è parte dell’uniforme, della marcia militare, della protezione che separa dal suolo. Mettersi a piedi nudi significa esporsi, accettare la propria vulnerabilità e, soprattutto, tornare a sentire il terreno comune. È un modo per dire che la terra non è un territorio da conquistare o una frontiera da tracciare, ma una superficie condivisa che calpestiamo con la stessa fragilità.

Due storie attraversate dalla violenza, dalla perdita, dalla paura. Eppure, insieme. Non è solo un gesto simbolico. È una presa di parola politica. Dicono: i nostri figli meritano altro. Dicono: non vogliamo che crescano per uccidere o per essere uccisi. Dicono: la pace è possibile, ma bisogna cambiare strada.

Rompere la logica del potere

In un tempo in cui il linguaggio pubblico sembra irrigidirsi nella logica dello scontro, queste donne fanno qualcosa di più radicale: rifiutano quella logica. Non la negano, non la semplificano. Ma non la accettano come inevitabile. E soprattutto pongono una questione politica decisiva: perché le donne, e in particolare le madri, continuano a essere escluse dai luoghi in cui si decide della guerra e della pace?

Qui la loro voce non è solo testimonianza. È critica. È il rifiuto di un ordine in cui chi paga il prezzo più alto non ha diritto di parola.

La gerarchia del dolore

È a questo punto che il pensiero di Judith Butler ci aiuta a comprendere fino in fondo la portata di questo gesto. Butler parla di “vite degne di lutto”: non tutte le vite, nel discorso pubblico, vengono riconosciute allo stesso modo. Alcune morti ci colpiscono, ci indignano, vengono raccontate. Altre restano sullo sfondo, diventano numeri, statistiche, rumore. La guerra si regge anche su questa gerarchia invisibile.

Ma c’è qualcosa di più. Nel conflitto israelo-palestinese quella gerarchia non è solo invisibile: è attivamente prodotta, disputata, strumentalizzata. Il dolore viene distribuito in modo asimmetrico, nei media, nella politica internazionale, nel diritto. Non si tratta di dimenticare alcune vittime: si tratta di decidere sistematicamente quali vite siano “spiegabili” e quali no, quali lutti siano legittimi e quali eccedano la soglia della comprensione pubblica.

Ed è proprio qui che il gesto di Reem e Yael assume tutta la sua radicalità. Non si incontrano su un piano neutro, come se le loro perdite fossero equivalenti nel discorso pubblico. Si incontrano “nonostante” quell’asimmetria. E in quel nonostante fanno qualcosa di preciso: si sottraggono alla logica che vorrebbe il lutto dell’una incompatibile con il lutto dell’altra.

Dire “ogni vita perduta è una perdita assoluta” non è un’affermazione ovvia. In questo contesto, è un atto politico. Perché implica rifiutare la gerarchia, non ignorarla.

Il rischio di una differenza

Ma questo spazio è fragile. E chiede responsabilità. Perché la cultura della guerra non è solo nei governi, nelle strategie, nelle armi. È anche nelle parole che usiamo, nei riflessi che abbiamo, nelle frasi che ripetiamo senza accorgercene. Quando diciamo che “serve forza”, che “non ci sono alternative”, che “la pace è un’illusione”, stiamo già parlando quella lingua.

Per questo, forse, oggi più che mai, il punto non è rivendicare semplicemente una presenza. È assumersi il rischio di una differenza. Noi donne dobbiamo farci sentire, ma non per occupare lo stesso spazio con le stesse parole: per cambiarne il linguaggio.

Simone Weil scriveva che la forza trasforma chi la subisce in una cosa. Ma, aggiungeva, finisce per trasformare in “cosa” anche chi la esercita. È una macchina che disumanizza tutti. Spezzarla non è semplice. Non basta opporsi. Bisogna sottrarsi alla sua logica.

Forse è questo che fanno quelle donne a piedi nudi. Non offrono soluzioni facili. Non cancellano il conflitto. Ma indicano una soglia: un punto in cui si può scegliere di non parlare più la lingua della guerra.

In un tempo che ci chiede continuamente di schierarci, di semplificare, di reagire, la loro voce introduce una domanda più esigente: che tipo di mondo vogliamo rendere possibile attraverso le nostre parole? Perché ogni guerra, prima di essere combattuta, è stata detta. E ogni pace, prima di essere costruita, deve trovare il coraggio di essere pronunciata. A piedi nudi, se necessario."

Emilia De Rienzo, da qui


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