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La trappola del riarmo come realismo obbligato...


(da qui, La Barca e il Mare, un interessante contributo di Savino Pezzotta)
 "Linguaggio, economia e immaginario di un’epoca che normalizza la guerra
 C’è un tratto comune nei discorsi pubblici contemporanei sul riarmo: la rapidità con cui si è smesso di problematizzare la crescita della spesa militare. Quello che fino a pochi anni fa avrebbe generato dibattito, opposizione, interrogativi etici e politici, oggi scorre quasi senza attrito nello spazio pubblico. Dieci anni consecutivi di aumento, un 2024 descritto come il balzo più consistente dai tempi della Guerra fredda, e un’Europa pronta ad aggiungere fino a 300 miliardi di euro all’anno entro la fine del decennio.  Tutto questo viene presentato come un processo naturale, quasi inevitabile, come se fosse una risposta automatica a condizioni esterne e non una scelta politica deliberata. Soprattutto, come se non avesse conseguenze dirette sulla società civile.
Il linguaggio che normalizza
Il linguaggio che accompagna questa trasformazione è tutt’altro che neutrale. Si parla di “capacità produttiva”, di “resilienza industriale”, di “equilibrio tra sistemi di fascia alta e armamenti a basso costo”, di “software aggiornati settimanalmente”. La guerra viene progressivamente trattata come un problema di efficienza, logistica e innovazione tecnologica. Non più una questione politica, morale o umana, ma una variabile industriale da ottimizzare.  In questo slittamento semantico, la parola “pace” scompare. Non viene contestata: semplicemente, non è più necessaria. Al suo posto emerge un lessico tecnico che anestetizza il conflitto, lo rende astratto, lo sottrae alla sfera dell’esperienza umana. Le vittime non sono più centrali; al centro ci sono i sistemi, le prestazioni, le catene di produzione. È un linguaggio che non nega la guerra, ma la rende accettabile.
Le guerre come laboratorio
Le guerre recenti hanno accelerato questa trasformazione. Il conflitto in Ucraina è diventato un laboratorio per l’uso di droni a basso costo, facilmente replicabili, adattabili e aggiornabili. Parallelamente, altre potenze hanno continuato a investire in armamenti altamente sofisticati: jet di ultima generazione, sistemi di difesa integrati, bombardieri strategici.  Due modelli apparentemente diversi — uno basato sull’economia di scala e l’accessibilità, l’altro sulla superiorità tecnologica — conducono però alla stessa conclusione: bisogna produrre di più, più velocemente, e per periodi più lunghi. La guerra non è più un evento eccezionale, ma una condizione per cui prepararsi in modo permanente. In questo contesto, l’innovazione tecnologica viene raccontata come inevitabile. Non come una scelta orientata da priorità politiche, ma come una traiettoria obbligata. Il futuro appare già scritto: automatizzato, militarizzato, accelerato.
L’immaginario del conflitto permanente
Il punto critico non è soltanto la quantità di armi prodotte, ma l’immaginario che le sostiene. Parlare di “guerre del futuro” come se fossero un fenomeno meteorologico — qualcosa che arriva, indipendentemente dalle decisioni umane — significa rinunciare alla politica come spazio di possibilità.  Questo immaginario costruisce una forma di rassegnazione: la diplomazia diventa un residuo del passato, la prevenzione dei conflitti un lusso che non ci si può più permettere, la cooperazione internazionale un’ingenuità.  In nome del realismo, si accetta un mondo in cui il conflitto è permanente e la preparazione alla guerra è la norma. Ma questo “realismo” è in realtà una costruzione. Non descrive semplicemente il mondo: contribuisce a produrlo.
I bilanci raccontano una scelta
C’è poi un’affermazione che ritorna spesso: “Sono le armi, non i bilanci, a scoraggiare”. Ma è proprio nei bilanci che si leggono le scelte più profonde. Le armi sono il risultato visibile; i bilanci sono il processo che le rende possibili. Ogni aumento della spesa militare implica una redistribuzione delle risorse. Significa sottrarre fondi a settori come l’istruzione, la sanità, l’edilizia pubblica, la ricerca civile. Significa privilegiare l’industria bellica rispetto alla coesione sociale. Significa, in ultima analisi, ridefinire le priorità di una società.  Non si tratta solo di numeri, ma di direzione. Un bilancio è sempre un atto politico: indica cosa si considera urgente, cosa sacrificabile, cosa si vuole costruire nel lungo periodo.
La falsa inevitabilità
La questione non è negare la complessità del contesto internazionale, né ignorare l’esistenza di minacce reali. Sarebbe una semplificazione ingenua. Il problema è accettare senza discussione che l’unica risposta possibile sia l’espansione continua degli armamenti.
Ogni algoritmo inserito in un drone è un algoritmo sottratto ad altri ambiti: alla medicina, alla gestione delle emergenze, alla ricerca ambientale. Ogni miliardo destinato a un sistema missilistico è un miliardo non investito in politiche sociali. Ogni scelta di spesa costruisce un certo tipo di futuro, a scapito di altri possibili. Presentare il riarmo come inevitabile significa chiudere il campo delle alternative prima ancora che vengano formulate.
Ripensare la sicurezza
L’epoca che si arma non è un destino. È il risultato di decisioni politiche, economiche e culturali. E proprio perché è costruita, può essere messa in discussione. Ripensare la sicurezza significa uscire da una logica esclusivamente militare. Significa riconoscere che la stabilità di una società dipende anche — e forse soprattutto — da fattori come la giustizia sociale, l’accesso ai servizi, la riduzione delle disuguaglianze, la qualità delle relazioni internazionali.  La sicurezza non nasce solo dalla deterrenza, ma dalla fiducia, dalla cooperazione, dalla capacità di prevenire i conflitti prima che esplodano.
L’immaginazione come atto politico
In un panorama dominato dalla retorica dell’efficienza militare, immaginare alternative diventa un gesto radicale. Non perché sia utopico, ma perché rompe l’idea che esista un’unica strada percorribile. Recuperare uno spazio di immaginazione politica significa rimettere al centro le domande fondamentali: quale società vogliamo costruire? Quali rischi siamo disposti ad accettare? Quali priorità intendiamo difendere?
Il vero realismo, forse, non sta nell’accettare passivamente un mondo armato, ma nel riconoscere che ogni scelta è contingente, discutibile, modificabile. E che, anche dentro una realtà complessa e instabile, esiste sempre la possibilità di pensare — e costruire — qualcosa di diverso".
Savino Pezzotta


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