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Mirare alla coscienza per dire NO alla guerra

 Il nonviolento da cosa si riconosce?
 Perché è amabile e mite? Perché dice sempre si, si? 
No, eh!. Dalla sua pazienza, dalla sua imperturbabile calma?
 No, perché non basta per essere nonviolenti di non essere violenti. 
E’ nonviolento chi mira alla coscienza. 

Lanza Del Vasto, in “Lezioni di vita”


    "Pensiamo che la spinta alla militarizzazione si accompagna sempre a forme di militarizzazione delle coscienze. Fortemente promossa da poteri economici e politici, la sua presenza nello spazio pubblico – che copre il persistente desiderio di pace nella coscienza diffusa delle persone, in particolare dall’avvio della guerra in Ucraina – ha interrogato la Comunità dell'Arca italiana. Ci siamo chiesti: «Come rendere visibile il desiderio di pace così presente, ancora, nelle coscienze tra tanti nostri concittadini, come mostrare quanto ancora il desiderio di guerra sia minoritario, sebbene nello “spazio pubblico” sembri unanime?» Da questa domanda è nata la decisione di impegnarci in una campagna per l’obiezione al servizio militare, e per l’attivazione di una difesa popolare, civile e nonviolenta. Ci è sembrato giusto compiere pubblicamente questi gesti di opposizione, nonostante la temporanea sospensione della leva obbligatoria, che ha di fatto impedito l’espressione della volontà di pace della maggior parte dei cittadini e delle cittadine italiane.  (…)

Ecco: noi ci sentiamo interpellati dal presente, dal tempo dell’oggi, e su questo invitiamo a prendere posizione. Una campagna di “Obiezione al servizio militare” ha senso, per noi, se risponde a questa logica, perché è il modo che abbiamo individuato per una “Obiezione alla guerra”. La guerra è il tratto identificativo del nostro presente, non perché siamo tornati a parlare di guerra legittima dopo il ’45, ma perché in questo presente vediamo concentrata tutta la storia della nostra civiltà (la civiltà degli stati), giunta al punto di crisi, di impossibilità ad essere. È come se il tempo che ci separa dal ’45 (fine degli orrori della seconda guerra mondiale, compreso il nazismo, ed inseparabilmente della sperimentazione della bomba atomica) si fosse contratto in un attimo, l’attimo in cui la crisi di questa storia millenaria ha assunto il carattere di evidenza oggettiva. Dire no alla guerra come forma di legame sociale, che unisce perché oppone, ha questa profondità: uscire da una storia millenaria giunta al suo limite catastrofico per aprirsi ad un’altra storia possibile. 
     Questa consapevolezza, questa centratura storica, da un lato ci permette di sfuggire alla interpretazione puramente morale della nonviolenza, e, dall’altro, di sfuggire all’altra interpretazione restrittiva: la nonviolenza come tecnica. Sappiamo che ogni NO (non-violenza) ha a proprio fondamento un SI' (Gandhi: nonviolenza come satyagraha: insistenza per la verità). No e Sì differenti ma implicantesi reciprocamente, senza possibile disgiunzione. Per questo motivo associamo alla obiezione alla difesa armata la volontà della difesa nonviolenta. Mostrare come nella storia forme di lotta nonviolenta, praticate sin dall’antichità, abbiano avuto successo è importante: sono storie che non compaiono nei manuali di storia e che è importate far conoscere.
Ma con questo non dobbiamo offrirci al finto dibattito su quale sia la forma di difesa più efficace, se la guerra e tutto ciò che la sostiene (l'industria bellica l'apporto finanziario delle banche, l'invio di armi ai paesi amici aggrediti per sostenere la risposta speculare all'aggressione) sia di fatto l'unica scelta possibile. Non è questione di efficacia, né di efficienza, è questione di prendere posizione nei confronti di quel precipitare catastrofico verso cui ci spingono i legami sociali strutturati dal paradigma della guerra, e di apprendere le forme dell’agire-in-comune che si ispirano al generare e curare la vita in tutte le sue forme. 
    L'obiezione di coscienza ridà voce a ciascuno chiamandolo ad un gesto, a una parola, a una firma e a più azioni conseguenti. Ci fa rialzare dalle poltrone nelle quale assistiamo passivi ai talk-show, ci fa posare il cellulare dal quale aderiamo, sempre più scettici, all'ultima petizione on-line. Certo iniziamo col prendere in mano una penna e apponendo una firma, ci può chiamare nuovamente davanti a un PC, ma con la consapevolezza di dar voce pubblica ad una interrogazione interiore, maturata nel tempo, nel confronto con altri uomini e donne, dalla quale scaturisce un'affermazione perentoria e non negoziabile: "Io non voglio uccidere, non voglio aiutare chi uccide" e accanto a questa un'altra: "Io voglio impegnarmi fin d'ora a preparare e sperimentare forme di risoluzione dei conflitti nonviolente e disarmate". 
       Anche in riferimento alla positività della Difesa popolare nonviolenta, come per la negativa obiezione di coscienza, si tratta per noi di affermare non una tecnica, ma un posizionamento etico, una assunzione di responsabilità nei confronti ed in vista della comunità. Ancora una volta si tratta di mirare alla coscienza, senza la quale ogni intervento istituzionale resta superficiale e facilmente revocabile, per favorirne la emersione (relazionale e pubblica). E si tratta di mirare all’essenziale, tentando di sfuggire, con abili 'mosse del cavallo', alle trappole di un sistema di comunicazione e politico truccato a me non è chiara quest'espressione. Sì, mirare alla coscienza per prendere posizione nei confronti delle forme di vita esistenti e per generarne di nuove, nella direzione di un nuovo ethos. 
      Un'ultima considerazione: l'obiezione di coscienza al punto estremo di minaccia alla vita dell'uomo e dell'ecosistema, verso il quale può degenerare ogni guerra del nostro tempo storico, ci pare possa aprire, nell'attuale crisi politica che registra i punti più bassi di partecipazione dei singoli alla presa di decisioni pubbliche, sia pure mediate dai partiti, un movimento di positiva rigenerazione delle forme di partecipazione".

 La coscienza dice NO alla guerra,  
Per un rilancio dell’obiezione di coscienza a tutti gli eserciti e per una nuova idea di difesa, Introduzione, pp.9,11,12,13
A cura di Enzo Sanfilippo e Annibale Raineri, Centro Gandhi ed., Pisa, 2025


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