In primo piano

Guerra e pace nei media

    Gentilissimo Andrea (1), quali sono i caratteri del “giornalismo di guerra” comuni a tutte le guerre?  

Direi, in generale, quello del pensare per polarità: Buoni vs. Cattivi, Bene vs. Male… che, naturalmente, identifica ogni volta il primo membro dell’opposizione con il “Noi” o “I nostri” o, insomma, coloro con cui noi ci schieriamo; e il secondo con l’“altro”.  
Su questo schema si innesta tutta la narrazione del conflitto armato che è di carattere puramente propagandistico: gli elementi della propaganda, rintracciati da sir Arthur Ponsonby (Falsehood in War Time: Containing an Assortment of Lies Circulated Throughout the Nations During the Great War) già nel 1928, dopo la Prima guerra mondiale, e da me richiamati nel volume – e, se posso permettermi, dal sottoscritto stesso (La logica della guerra nella Greci antica. Contenuti, forme, contraddizioni, 2024) – sono tutti presenti nella maggior parte dei media contemporanei, almeno dal febbraio 2022 ad oggi. 

Nel caso della guerra in Ucraina – al centro della sua analisi – quali caratteri, in particolare, lei ha individuato? Può fare qualche esempio? 

Gli esempi possibili sono, purtroppo, numerosissimi. Li distribuirei in alcune categorie. Ecco le principali.  
(1) Le fake news più spudorate: come quella dei 70 anni di pace in Europa prima dell’invasione russa dell’Ucraina, che “dimentica” le guerre del 1995 e del 1999 nell’ex Jugoslavia alle quali ha partecipato attivamente – e alla seconda anche illegalmente, visto che non c’era l’autorizzazione dell’ONU! – pure l’Italia; o quella secondo cui l’Ucraina non aveva mai avuto intenzione di entrare nella Nato, laddove tale intenzione è espressa persino in diversi articoli della Costituzione ucraina.  

(2) Le omissioni: basti ricordare la quasi totale mancanza di informazione sull’opposizione del Movimento Nonviolento Ucraino (presieduto dall’obiettore di coscienza Yurii Sheliazhenko), sia all’invasione russa, sia alla resistenza armata (con annesso invito ai governi europei di non inviare armi bensì di spendere i loro sforzi nell’azione diplomatica); oppure, il trascurabile rilievo dato alla notizia della richiesta che Putin aveva fatto al segretario della Nato Stoltenberg – che l’aveva rifiutata già tre mesi prima dell’invasione – di non continuare ad espandersi se non voleva che l’Ucraina venisse attaccata; dare risalto a ciò avrebbe significato mostrare l’evidente corresponsabilità del “Noi” nell’attacco russo.  

(3) Le derisioni, anche nel senso letterale del termine: si pensi alle risate di alcuni giornalisti presenti nello studio di DiMartedì il 3 maggio 2022, mentre parlava, in collegamento da Mosca, la russa Nadana Fridrikhson che era stata invitata alla trasmissione, oltre alle offese ai pacifisti, accusati da qualcuno di “idiozia sesquipedale”, da altri di “ipocrisia” (nel mio libro fornisco i precisi riferimenti). 
(4) Gli articoli, che – mentre non davano nessuna informazione su quanto avveniva a Kiev – esibivano enfasi e lirismo, fatto di pathos e abbondanza di figure retoriche, finalizzati ad un “tifo” unilaterale e a una pretesa lezione di morale ai manifestanti per la pace il 5 novembre 2022.  

(5) La dichiarazione – fondata su una citazione del tutto decontestualizzata –, che persino Gandhi si sarebbe schierato a favore dell’invio di armi all’Ucraina.  

(6) L’incapacità di vedere come la firma di un documento di garanzia che l’Ucraina non sarebbe mai entrata nella Nato – da sempre la principale richiesta di Putin, già avanzata da molti analisti politici americani stessi fin dai primi anni Novanta, cioè da quando ormai il fronte “nemico” dei Paesi comunisti non esisteva più –, avrebbe evitato o, poi, interrotto il conflitto armato e la perdita di centinaia di migliaia di vite umane.  

Può spiegare l’effetto D–M–A di cui tratta nel libro?  

D–M–A è la “formula” con cui Johan Galtung ha sintetizzato il meccanismo della violenza, in quanto fondata su Dicotomizzazione (ci sono solo due parti ognuna delle quali è omogenea al suo interno: “Noi” vs. “Loro”), Manicheismo (da una parte – la mia – sta tutto il Bene, dall’altra tutto il Male), Armageddon (la vittoria militare è l’unico scopo).  
Tale formula è stata sponsorizzata dai nostri media (sia cartacei, sia televisivi, sia online), sostanzialmente con tre sole grandi eccezioni: Avvenire, Il Fatto Quotidiano, Il Manifesto. Beninteso, si tratta di un sistema culturale diffuso – non del modo di pensare bellicista di singoli individui – ed è per questo che non ho mai inteso criminalizzare i giornalisti che lo hanno adottato – penso inconsapevolmente – nella maggior parte dei casi, tranne, naturalmente, quando si è trattato di vere e proprie e volute fake news.
Purtroppo, per correttezza di informazione, nel libro non ho potuto fare a meno di citare, di volta in volta, i loro nomi, visto che era doveroso scrivere chi fossero gli autori delle parole che analizzavo e criticavo. 

I social hanno amplificato e amplificano tale effetto? 

Non ho molti dubbi sul fatto che i social, con la loro “scrittura breve” che, tendenzialmente, impedisce l’argomentazione strutturata e argomentata, abbiano acuito e acuiscano il sistema di pensiero D–M–A. Ciò avviene particolarmente nella posizione di chi è a favore dell’invio di armi all’Ucraina e della continuazione della guerra – subìta dagli Ucraini! – “fino alla vittoria”.  
Mentre – come ho detto – si sarebbe potuto spingere per negoziati di pace che tenessero conto delle esigenze di entrambi i popoli, cioè sostanzialmente del loro bisogno di sicurezza, che poteva e potrebbe ancora essere soddisfatto da un accordo che preveda la garanzia di non-ingresso dell’Ucraina nella Nato attraverso la variazione dell’art. 5 della stessa Nato (per cui si possa dare un intervento armato a difesa dell’Ucraina solo nel caso che questa venisse di nuovo attaccata nonostante la sua rinuncia ad entrare nel Patto Atlantico). 
Ci si sarebbe potuti spendere, soprattutto, per iniziative di rafforzamento della fiducia tra i popoli, sviluppo di legami economici e politici, scambi culturali. (continua qui)

(1)Andrea Cozzo, docente di Lingua e letteratura greca presso l’Università degli Studi di Palermo, in cui ha tenuto, per gli studenti, laboratori di Teoria e pratica della non-violenza, è autore di diversi libri sia sul mondo greco antico che sull’azione non-violenta; ha recentemente pubblicato il volume Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina. Promemoria e istruzioni per il futuro, Mimesis 2025. L’intervista è a cura di Giordano Cavallari.  




Commenti